Le culture wars? Un fallimento, il Papa riparte dalla fede. Risposta
Al direttore - Dopo aver letto con – profana più che santa – pazienza, le critiche, insistite e insistenti, a Papa Francesco, pubblicate sul Foglio, mi sono chiesto quale ne sia il motivo profondo. La domanda nasce dal mio convincimento che non esistono contenuti sufficienti per giustificare le filippiche teologiche svolte da alcuni tradizionalisti e da lei. di Adriano Pessina Gentile professore, le mie non sono filippiche, basta leggere, io cerco di comprendere questo Papa riformatore, alla luce dei trent’anni che abbiamo alle spalle e anche più, con distacco e un po’ di passione da esterno alla chiesa. Leggi anche gli interventi di Mons. Luigi Negri e Francesco Ventorino
12 AGO 20

Al direttore - Dopo aver letto con – profana più che santa – pazienza, le critiche, insistite e insistenti, a Papa Francesco, pubblicate sul Foglio, mi sono chiesto quale ne sia il motivo profondo. La domanda nasce dal mio convincimento che non esistono contenuti sufficienti per giustificare le filippiche teologiche svolte da alcuni tradizionalisti e da lei. Azzardo una breve analisi, con una premessa: ritengo che ci siano interessanti diversità tra il pontificato di Papa Francesco e quello di Benedetto XVI, che peraltro, a sua volta, differiva molto da quello del suo predecessore. Peraltro, nella storia della chiesa, ogni grande Papa ha impresso una forma teologica al suo pontificato, che è qualcosa di più di un semplice stile o di una questione di carattere. Il tradizionalismo italiano, ossessionato dal tema del soggettivismo e dei valori non negoziabili – in realtà nessun valore è in sé negoziabile, ma occorre porre una gerarchia non arbitraria tra i diversi valori – ha totalmente ignorato che esiste un pluralismo nell’unità e nell’unicità della fede e una sua dinamica creatività, che trova alimento nella presenza reale di Cristo nella storia. Chi resta fedele a un libro di teologia – fosse pure il manuale dei manuali, come il Denzinger – non capirà mai il movimento della fede e sarà sempre terrorizzato dalla possibilità del fraintendimento. Ma “esporre” la fede significa “esporsi” e quindi contaminarsi con la storia e la vita degli uomini: l’annuncio cristiano è sempre l’esposizione di Cristo al fraintendimento, al tradimento, alla calunnia, fino a morte.
Si potrebbe dire anche di più. Ma vorrei richiamare l’attenzione su quella che, a mio avviso, era la situazione in cui si trovava parte del cattolicesimo italiano quando, con gesto rivoluzionario, coraggioso e teologicamente “esposto”, Papa Benedetto XVI ha dato le dimissioni. Quell’atto ha segnato la fine dell’immagine sacrale del pontificato, cioè a quella “separatezza” che la categoria del sacro, a differenza della categoria del santo, pone tra la storia e Dio. E Papa Francesco è interprete del significato di quel gesto, che riporta, peraltro, all’essenzialità della fede. Quella scelta è maturata in un contesto in cui parte del cattolicesimo italiano sembrava perdere autorevolezza pur conservando autorità, e non soltanto per la massa degli scandali che lo coinvolgevano dall’interno, ma perché la forma politica, che aveva assunto di fatto negli ultimi anni, rischiava di offuscarne la dimensione di fede. Cerco di spiegarmi facendo riferimento alla differenza tra fides e religio, su cui aveva richiamato l’attenzione lo stesso Benedetto XVI. La prima – la fides – testimonia la relazione tra il Cristo risorto e la chiesa credente, e quindi può esprimersi e costituirsi in molte forme storiche; la seconda – la religio – è una dimensione sociale e politica, che ha bisogno di riconoscimento nello stato, quando non riesce a diventare stato. Una forma a cui la politica a volte guarda benigna, se pensa che possa servirle per sostenere i propri progetti. Se pensiamo alle vicende, degli ultimi anni, dei laici credenti impegnati in politica, constatiamo, a mio avviso, un privilegio dato – da destra, ma anche da sinistra – a un clericalismo di fondo, che giocava con le carte di credito dei propri ecclesiastici. L’uso, in alcuni casi evidente, dell’autorità religiosa nel campo degli indirizzi delle nomine politiche e delle valorizzazioni culturali – che spesso si sono concluse con prove deludenti, e a cui non è seguita nessuna forma di umile e intelligente autocritica – ha fatto credere che la fede potesse identificarsi con le battaglie per la morale, costruite più sul piano delle alleanze politiche e delle richieste legislative che sull’ethos del popolo.
Non sembri, questa annotazione, ingenerosa nei confronti dei tanti che si sono impegnati su questi temi: tra l’altro rivendico con orgoglio l’incessante opera di studio e di formazione che il Centro di Ateneo di bioetica ha svolto e sta svolgendo in questi anni, anche sotto la mia direzione: ciò che intendo dire è che questo impegno – importante e necessario – non è la fede cristiana, anche quando germoglia dalla fede stessa e contribuisce persino a renderla visibile. La chiesa, nel suo annuncio, restituisce all’uomo ciò che gli appartiene come uomo perché ne conosce la pienezza nella Persona di Cristo: per questo motivo le cosiddette battaglie culturali contro le forme più o meno esplicite di eugenetica, di eutanasia e di abbandono terapeutico, non servono a difendere dei valori “cattolici” e non hanno bisogno della forma politica della religio per essere poste e proposte. La fede in Cristo non si riduce mai alla morale ed è generatrice di una compagnia che si espone al di là di tutto, perché porta con sé lo spirito della Resurrezione. Ed è nella fede che si apre lo spazio della ratio, non nella religio, che si chiude nella conservazione, che pretende di chiamare tradizione. E la forma teologica del Papato di Francesco – per quel che ne capisco io, ovviamente – sta proprio in questa “esposizione” della fede che riporta in movimento il cammino della fede. I laici credenti sono chiamati a percorrere questa strada con quanti incontrano, non soltanto con quanti li approvano, li apprezzano o li usano per dare fondamento alla loro idea di società. I tradizionalisti – e anche gli atei devoti, figura teorica che appare già nel XVII secolo francese – hanno sempre coltivato la religio, rimpianto il sacro romano impero, ammirato i sacri – e profani – palazzi dove si fanno nomine e si creano miti e sono giustamente irritati da chi non li prende troppo sul serio – nemmeno una piccola scomunica – e temono che questa giovinezza dello spirito si estenda e dilaghi dalla curia alle parrocchie, riportando al centro una fides che rischiava di essere soffocata non tanto dal peccato e dall’incoerenza, ma da sottili forme di idolatria del potere.
Adriano Pessina
Gentile professore, le mie non sono filippiche, basta leggere, io cerco di comprendere questo Papa riformatore, alla luce dei trent’anni che abbiamo alle spalle e anche più, con distacco e un po’ di passione da esterno alla chiesa. Ospito critiche e idee che banalmente vengono definite tradizionaliste, e il banale è tutto nell’uso sprezzante del termine “tradizione” da parte di chi ha deciso conformisticamente una volta per tutte che il progressismo non ha rivali al mondo (variante relativista pura: la tradizione è lunga, ciascuno sceglie quel che gli pare); ma pubblico e pubblicherò anche interventi di fervorosa e intelligente adesione alle qualità indubbie del nuovo gesuita, predicatore e parroco universale, che è alla guida della chiesa cattolica dal marzo scorso.
Sono stato apologeta della funzione eminente di due pontefici nelle guerre culturali della fine Novecento, ho ammirato l’Humanae Vitae che la chiesa postconciliare voleva schiacciare sotto una macina, e proprio come lei sono stato e sono sostenitore, nello spazio pubblico in cui la religio e la fede e la ragione si confrontano liberamente e combattivamente, di un’etica responsabile in materia di ingegneria genetica e di aborto ed eutanasia, contrario alla sordità morale con la quale viene recepito il grande e definitivo problema della nostra epoca (qui ci vogliono università e specialismi sottili, non basta l’ospedale da campo che sana le ferite). Ora pare che la fede e l’incontro cristiano bastino a sé stesse, non solo nella devozione mistica o ascetica, ma anche nel discorso e nel logos. Non sono d’accordo, e non posso condividere, non essendo se non per autoburla un ateo devoto. Gli atei devoti li vediamo all’opera nell’apologetica mondana di Francesco, questo sì. Tutto qui, ed è molto.
(La risposta fu scritta prima dell’omelia maccabea a S. Marta del 19-11, contro il pensiero unico, contro il progressismo adolescenziale, pro identità e tradizione).
Si potrebbe dire anche di più. Ma vorrei richiamare l’attenzione su quella che, a mio avviso, era la situazione in cui si trovava parte del cattolicesimo italiano quando, con gesto rivoluzionario, coraggioso e teologicamente “esposto”, Papa Benedetto XVI ha dato le dimissioni. Quell’atto ha segnato la fine dell’immagine sacrale del pontificato, cioè a quella “separatezza” che la categoria del sacro, a differenza della categoria del santo, pone tra la storia e Dio. E Papa Francesco è interprete del significato di quel gesto, che riporta, peraltro, all’essenzialità della fede. Quella scelta è maturata in un contesto in cui parte del cattolicesimo italiano sembrava perdere autorevolezza pur conservando autorità, e non soltanto per la massa degli scandali che lo coinvolgevano dall’interno, ma perché la forma politica, che aveva assunto di fatto negli ultimi anni, rischiava di offuscarne la dimensione di fede. Cerco di spiegarmi facendo riferimento alla differenza tra fides e religio, su cui aveva richiamato l’attenzione lo stesso Benedetto XVI. La prima – la fides – testimonia la relazione tra il Cristo risorto e la chiesa credente, e quindi può esprimersi e costituirsi in molte forme storiche; la seconda – la religio – è una dimensione sociale e politica, che ha bisogno di riconoscimento nello stato, quando non riesce a diventare stato. Una forma a cui la politica a volte guarda benigna, se pensa che possa servirle per sostenere i propri progetti. Se pensiamo alle vicende, degli ultimi anni, dei laici credenti impegnati in politica, constatiamo, a mio avviso, un privilegio dato – da destra, ma anche da sinistra – a un clericalismo di fondo, che giocava con le carte di credito dei propri ecclesiastici. L’uso, in alcuni casi evidente, dell’autorità religiosa nel campo degli indirizzi delle nomine politiche e delle valorizzazioni culturali – che spesso si sono concluse con prove deludenti, e a cui non è seguita nessuna forma di umile e intelligente autocritica – ha fatto credere che la fede potesse identificarsi con le battaglie per la morale, costruite più sul piano delle alleanze politiche e delle richieste legislative che sull’ethos del popolo.
Non sembri, questa annotazione, ingenerosa nei confronti dei tanti che si sono impegnati su questi temi: tra l’altro rivendico con orgoglio l’incessante opera di studio e di formazione che il Centro di Ateneo di bioetica ha svolto e sta svolgendo in questi anni, anche sotto la mia direzione: ciò che intendo dire è che questo impegno – importante e necessario – non è la fede cristiana, anche quando germoglia dalla fede stessa e contribuisce persino a renderla visibile. La chiesa, nel suo annuncio, restituisce all’uomo ciò che gli appartiene come uomo perché ne conosce la pienezza nella Persona di Cristo: per questo motivo le cosiddette battaglie culturali contro le forme più o meno esplicite di eugenetica, di eutanasia e di abbandono terapeutico, non servono a difendere dei valori “cattolici” e non hanno bisogno della forma politica della religio per essere poste e proposte. La fede in Cristo non si riduce mai alla morale ed è generatrice di una compagnia che si espone al di là di tutto, perché porta con sé lo spirito della Resurrezione. Ed è nella fede che si apre lo spazio della ratio, non nella religio, che si chiude nella conservazione, che pretende di chiamare tradizione. E la forma teologica del Papato di Francesco – per quel che ne capisco io, ovviamente – sta proprio in questa “esposizione” della fede che riporta in movimento il cammino della fede. I laici credenti sono chiamati a percorrere questa strada con quanti incontrano, non soltanto con quanti li approvano, li apprezzano o li usano per dare fondamento alla loro idea di società. I tradizionalisti – e anche gli atei devoti, figura teorica che appare già nel XVII secolo francese – hanno sempre coltivato la religio, rimpianto il sacro romano impero, ammirato i sacri – e profani – palazzi dove si fanno nomine e si creano miti e sono giustamente irritati da chi non li prende troppo sul serio – nemmeno una piccola scomunica – e temono che questa giovinezza dello spirito si estenda e dilaghi dalla curia alle parrocchie, riportando al centro una fides che rischiava di essere soffocata non tanto dal peccato e dall’incoerenza, ma da sottili forme di idolatria del potere.
Adriano Pessina
Gentile professore, le mie non sono filippiche, basta leggere, io cerco di comprendere questo Papa riformatore, alla luce dei trent’anni che abbiamo alle spalle e anche più, con distacco e un po’ di passione da esterno alla chiesa. Ospito critiche e idee che banalmente vengono definite tradizionaliste, e il banale è tutto nell’uso sprezzante del termine “tradizione” da parte di chi ha deciso conformisticamente una volta per tutte che il progressismo non ha rivali al mondo (variante relativista pura: la tradizione è lunga, ciascuno sceglie quel che gli pare); ma pubblico e pubblicherò anche interventi di fervorosa e intelligente adesione alle qualità indubbie del nuovo gesuita, predicatore e parroco universale, che è alla guida della chiesa cattolica dal marzo scorso.
Sono stato apologeta della funzione eminente di due pontefici nelle guerre culturali della fine Novecento, ho ammirato l’Humanae Vitae che la chiesa postconciliare voleva schiacciare sotto una macina, e proprio come lei sono stato e sono sostenitore, nello spazio pubblico in cui la religio e la fede e la ragione si confrontano liberamente e combattivamente, di un’etica responsabile in materia di ingegneria genetica e di aborto ed eutanasia, contrario alla sordità morale con la quale viene recepito il grande e definitivo problema della nostra epoca (qui ci vogliono università e specialismi sottili, non basta l’ospedale da campo che sana le ferite). Ora pare che la fede e l’incontro cristiano bastino a sé stesse, non solo nella devozione mistica o ascetica, ma anche nel discorso e nel logos. Non sono d’accordo, e non posso condividere, non essendo se non per autoburla un ateo devoto. Gli atei devoti li vediamo all’opera nell’apologetica mondana di Francesco, questo sì. Tutto qui, ed è molto.
(La risposta fu scritta prima dell’omelia maccabea a S. Marta del 19-11, contro il pensiero unico, contro il progressismo adolescenziale, pro identità e tradizione).
Leggi anche gli interventi di Mons. Luigi Negri e Francesco Ventorino